Descrizione

Nella località di Fratta è stato effettuato un intervento di restauro e di ripristino ambientale finalizzato al recupero delle tracce connesse alle citazioni del Nievo.

A Fratta si trovava il castello in cui Carlo Altoviti, protagonista delle Confessioni di un Italiano, trascorse l'infanzia e la giovinezza. Del castello sono stati rinvenuti nel corso di scavi archeologici numerosi reperti, conservati oggi presso il Cortino di Fratta, divenuto anche sede del Museo Letterario dedicato ad Ippolito Nievo e centro culturale polivalente.

Nel sito del castello i lavori di ripristino hanno visto la creazione di un parco, di un teatro all'aperto e del Giardino di Marte e Flora, che ospita antiche specie arboree e floreali presenti nel territorio in epoca medievale.

 

Inquadramento storico e archeologico del sito
“Era a quei tempi un gran caseggiato con torri e torricelle, un gran ponte levatoio scassinato dalla vecchiaia e i più bei finestroni gotici che si potessero vedere tra il Lemene e il Tagliamento”.
IPPOLITO NIEVO, Le confessioni di un italiano, cap. I.

 

Il Castello di Fratta

La prima notizia attestante l’esistenza di una struttura fortificata a Fratta risale al 1186: un diploma di papa Urbano III confermava, allora, al vescovo di Concordia il possesso della villa, del castello di Fratta e del borgo di Gorgo. Data la sede non lontana dalle principali vie di transito, si ritiene che il castello sia sorto per necessità di difesa contro gli invasori che a più riprese calarono fin dal IX secolo sulla pianura friulana e veneta. Il vescovo di Concordia lo concesse in feudo ad una famiglia di probabile origine tedesca, che da allora prese il nome “di Fratta”. A questi primi feudatari conosciuti dalle fonti archivistiche si deve la costruzione, accanto alla torre primitiva, di una struttura castellana più complessa, che comprendeva torri, spalti, fossi, spianate e mura secondo il bisogno e la costumanza del tempo.

Nel 1244 Ugo e Goffredo di Fratta restituirono il feudo al vescovo. Per circa 20 anni restò abbandonato, fino a quando il vescovo Alberto, nel 1265, lo infeudò alla famiglia portogruarese degli Squarra, probabilmente d’origine padovana e giunta qui per scopi commerciali. I rapporti tra i nuovi feudatari e il vescovo concordiese furono però da subito molto tesi, e sfociarono ben presto in violenti scontri armati tra le due fazioni. Artico ed Enrico Squarra furono così privati del feudo e condannati a pagare un’ammenda di 200 marche aquileiesi. Il 14 ottobre 1327 fu trovato un accordo tra le due parti  ma solo nel 1332 gli Squarra rientrarono in possesso del loro feudo ed alla ricostruzione del castello di Fratta. Nei primi decenni del Trecento la figlia di Enrico Squarra, Norbia, sposò Rizzardo di Valvason, che divenne così il nuovo feudatario di Fratta. La famiglia friulana rimarrà infeudata del castello fino al 1798 quando, per ragioni sconosciute e malgrado le violente proteste del vescovo di Concordia, Eugenio di Valvason fece abbattere il castello, ormai ridotto in rovina, con la promessa di riedificarne al più presto uno nuovo. Tale proposito non trovò esecuzione e le fonti storiche testimoniano la vendita delle pietre del Castello ad Alvise Mocenigo, che stava costruendo poco distante il nucleo centrale della sua città ideale, Alvisopoli.

La prima notizia attestante l’esistenza di una struttura fortificata a Fratta risale al 1186: un diploma di papa Urbano III confermava, allora, al vescovo di Concordia il possesso della villa, del castello di Fratta e del borgo di Gorgo. Data la sede non lontana dalle principali vie di transito, che da Aquileia e dai valichi alpini settentrionali portavano alla vicina sede vescovile, si ritiene che il castello sia sorto per necessità di difesa contro gli invasore che a più riprese calarono fin dal IX secolo sulla pianura friulana e veneta. Gli scavi condotti nel sito hanno permesso di individuare la prima struttura fortificata sorta a difesa di un guado sulla roggia Lugugnana. Essa era una semplice torre a pianta rettangolare, cinta da un profondo fossato ed edificata con materiale di spoglio delle strutture romane della vicina Concordia. Il vescovo di Concordia concesse in feudo questo primo “Torrato, nido da Volpe” ad una famiglia di probabile origine tedesca, che da allora prese il nome “di Fratta”. A questi primi feudatari conosciuti dalle fonti archivistiche si deve la costruzione, accanto alla torre primitiva, di una struttura castellana più complessa, che comprendeva torri, spalti, fossi, spianate e mura secondo il bisogno e la costumanza del tempo. Nel 1244 Ugo e Goffredo di Fratta restituirono il feudo al vescovo. Per circa 20 anni il “vecchio Frammento di ceramica rinascimentale con profilo maschile (XVI secolo) Fratta e il Castello, olio su tela del XVII secolo. arnese di guerra” restò abbandonato, fino a quando il vescovo Alberto, nel 1265, lo infeudò alla famiglia portogruarese degli Squarra, probabilmente d’origine padovana e giunta qui per scopi commerciali. I rapporti tra i nuovi feudatari e il vescovo concordiese furono però da subito molto tesi, e sfociarono ben presto in violenti scontri armati tra le due fazioni. Nel 1327 Artico ed Enrico Squarra furono così privati del feudo e condannati a pagare un’ammenda di 200 marche aquileiesi. I feudatari frattensi rifiutarono la sanzione ed il castello venne assalito e distrutto dalle truppe del vescovo e della Comunità portogruarese. Per ritorsione gli Squarra, alleati con il conte di Gorizia e con il nobile Giacomo di Cormons, misero a sacco i vicini territori di Portogruaro e di Cordovado. Un accordo tra le due parti fu trovato il 14 ottobre 1327: gli Squarra vennero reintegrati nel loro feudo ed il castello di Fratta fu ricostruito. Nei primi decenni del Trecento la figlia di Enrico Squarra, Norbia, sposò Rizzardo di Valvason, che divenne così il nuovo feudatario di Fratta. La famiglia friulana rimarrà infeudata del castello fino al 1798 quando, per ragioni sconosciute e malgrado le violente proteste del vescovo di Concordia, Eugenio di Valvason fece abbattere il castello ormai ridotto in rovina, con la promessa di riedificarne al più presto uno nuovo. Tale proposito non trovò esecuzione ma le fonti storiche testimoniano la vendita delle pietre del Castello ad Alvise Mocenigo, che stava costruendo poco distante il nucleo centrale della sua città ideale: Alvisopoli.

Il sito castellano, recentemente acquistato dal Comune, è stato oggetto di scavi archeologici e di un riordino ambientale finanziato dalla Comunità Europea, dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Venezia e dallo stesso Comune di Fossalta.

I lavori di ripristino hanno permesso la creazione di un ampio parco, di un teatro all’aperto e di un giardino dove trovano posto le antiche specie arboree e floreali presenti nel territorio in epoca medievale. Accanto ai resti archeologici del Castello, una casa quattrocentesca restaurata, che anticamente faceva parte degli annessi castellani, ospiterà tra non molto la sede di un Centro Culturale e di un Museo. Nelle nuove sale espositive si potranno ammirare i numerosi reperti rinvenuti durante le ricerche archeologiche e l’ampia collezione di libri, documenti e cimeli appartenuti allo scrittore Ippolito Nievo, che ambientò qui il suo celebre romanzo Le Confessioni di un Italiano.

Chiuso
Oggi chiuso
  • Lunedì

    Chiuso

  • Martedì

    10:00 - 12:00

  • Mercoledì

    Chiuso

  • Giovedì

    15:00 - 18:00

  • Venerdì

    Chiuso

  • Sabato

    Chiuso

  • Domenica

    14:30 - 19:00

  • 21 Ottobre 2020 15:36

Mappa

Via Castello, 1, Fratta, VE, Italia

Contatta la struttura




 

Museo Letterario Ippolito Nievo

Biografia del Nievo

In ordine cronologico, le tappe più significative delle sua vita

 

IPPOLITO NIEVO
(Padova 30 novembre 1831-Palermo 5 marzo 1861)

1831: nasce a Padova, figlio di ADELE MARIN (figlia della contessa IPPOLITA DEI COLLOREDO DI MONT’ALBANO e di CARLO MARIN, patrizio veneziano) e del magistrato mantovano ANTONIO.

 

È il maggiore di 4 fratelli: Carlo, Alessandro, Elisa.

1832: la famiglia si stabilisce a Soave nel veronese; qui Ippolito riceverà una prima educazione scolastica.

1837: trasferimento a Udine, dove il padre lavora in tribunale.

1841-46: Nievo viene mandato presso il seminario di Verona per gli studi del ginnasio: sarà seguito da un insegnante greco: il prete Picozzi.

Stringe uno stretto legame col nonno materno, intendente di finanza a Verona, già testimone diretto nel 1797 dell’ultima seduta del Maggior Consiglio della Repubblica di San Marco.

1844: il padre è pretore a Sabbioneta.

1847: finisce gli studi.

Raccoglie in quaderni i Poetici componimenti fatti l’anno 1846-47, parte dei suoi primi versi poetici italiani e latini, che invia al nonno Marin.

Rientrato in famiglia si iscrive al primo anno di liceo a Mantova.

1848: in seguito al fallito tentativo insurrezionale di Mantova (Prima guerra di indipendenza) lascia la città in compagnia dell’amico Attilio Magri e conclude l’anno scolastico a Cremona.

Dedica alla patria un sonetto: Alcune poesie fatte in sul finire della state del 48.

Durante le vacanze di fine anno viene introdotto dal Magri in casa Ferrari, dove conosce Matilde.

1849: frequenta il liceo a Pisa, dove la famiglia lo ha mandato per ragioni di prudenza politica. Il padre si reca a Udine.

Dopo l’entrata degli austriaci in Toscana, Ippolito, che forse ha partecipato alla difesa armata di Livorno, si ricongiunge con la famiglia a Mantova.

1850: terminati privatamente gli studi si iscrive al corso di diritto presso l’università di Pavia. Indirizza una settantina di lettere ispirate ai modelli di Foscolo e Rousseau a Matilde.

1851: rompe il legame con Matilde e scrive L’Antiafrodisiaco per l’amor platonico, abbozzo romanzesco e la satira incompiuta Il pipistrello.

1852: dopo aver esordito come pubblicista sulla Sferza di Brescia, si iscrive al terzo anno di diritto a Padova.

Frequenta in modo saltuario, risiede a lungo in Friuli dove la famiglia si è finalmente riunita.

In aprile termina nel castello di Colloredo il suo primo dramma Emanuele, dedicato all’amico israelita Ottolenghi e finalizzato a confutare i pregiudizi antiebraici.

In agosto dà alle stampe l’ode Il crepuscolo che invia al Tenca.

Comincia a pubblicare sull’Alchimista friulano di Udine le liriche che poi raccoglierà nei Versi.

1854: esce il primo volume dei Versi.

Viene rappresentato a Padova il dramma Gli ultimi anni di Galileo Galilei, che non riscuote successo.

Vedono la luce gli Studi sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia.

Nasce l’amicizia con Arnaldo Fusinato.

1855: dà alle stampe il secondo volume dei Versi

Compone la farsa Pindaro e la commedia I Beffeggiatori.

Intensifica l’attività di pubblicista collaborando a fogli di Mantova, Venezia, Padova, Milano, Torino, Firenze, Napoli.

Scrive il romanzo Angelo di bontà.

La nostra famiglia di campagna-Dipinture morali e di costumi, pubblicata sulla Lucciola di Mantova, inaugura la serie delle novelle campagnole.

Il 22 novembre si laurea e si avvia al notariato.

1856: la pubblicazione della novella L’avvocatino gli procura un processo per “delitto d’offesa all’onore mediante stampati, querelante l’I. R. Corpo della Gendarmeria. Il dibattito gli comporterà l’arresto di due mesi ed una multa.

Esce L’angelo di bontà-Storia del secolo passato.

Sulla Lucciola appare il racconto Le maghe di Grado.

Vengono terminati il romanzo Il conte pecoraio-Storia del nostro secolo e la raccolta il Novelliere campagnolo (La nostra famiglia di campagna, La Santa di Arra, La pazza del Segrino, Il Varmo, Il milione del bifolco, L’avvocatino, La viola di San Bastiano).

1857: vicende processuali e pellegrinaggi tra Friuli, Mantova, Fossato di Rodigo, Milano:

pubblica la novella satirica Il barone di Nicastro, mentre collabora al Pungolo e all’Uomo di pietra di Milano.

Compone la commedia Le invasioni moderne e due tragedie, I capuani e Spartaco.

In dicembre comincia Le Confessioni di un Italiano.

1858: termina il volume Le lucciole-Canzoniere.

Il 16 agosto finisce Le confessioni, scritte in parte a Milano (dove è amico di Francesco Rosari), in parte a Colloredo e nel mantovano.

Inizia il legame di amicizia con la contessa Bice Gobio Melzi D’Eryl, divenuta cugina di Ippolito e da lui frequentata a Milano e a Bellagio sul lago di Como.

1859: collabora col milanese Comitato d’emigrazione composto da mazziniani ed ex mazziniani.

Saluta i fratelli Carlo e Alessandro che raggiungono l’esercito piemontese.

Il 4 maggio parte a sua volta per Lugano e poi per Torino, dove si arruola tra i Cacciatori a cavallo di Garibaldi, con i quali combatte a Varese, a San Fermo, sullo Stelvio: Seconda guerra di indipendenza

Elabora le liriche Gli amori garibaldini.

Rientra nella casa paterna di Fossato per poi riunirsi con Garibaldi che in Emilia progetta un’azione senza esito.

Si stabilisce allora a Milano dove riprende l’attività giornalistica e pubblica anonimo l’opuscolo Venezia e la libertà d’Italia.

Abbozza il saggio Sulle condizioni politiche e sociali del volgo rurale della nuova Italia, più noto come Frammento sulla rivoluzione nazionale.

Incomincia l’ultimo romanzo Il pescatore di anime, del quale non restano che poche pagine.

1860: è in Sicilia coi Mille di Garibaldi e combatte a Palermo.

1861: pubblica sulla Perseveranza una lettera aperta al direttore in difesa dell’amministrazione garibaldina in Sicilia.

Alla fine di gennaio raggiunge a Napoli il comando generale del corpo volontari, scioltosi il quale va a Palermo con l’incarico di espletare le pratiche ivi giacenti.

Col desiderio di accelerare il viaggio di ritorno si imbarca il 4 marzo sul piroscafo “Ercole” che, sorpreso nella notte (5 marzo) da una tempesta, affonda con tutti i passeggeri, a 10 miglia da Capri.

12 giugno 1861: viene conferita alla sua memoria la Croce dell’Ordine militare di Savoia, con Regio Decreto, per i fatti d’arme da Calatafimi e Palermo.

 


 

Ippolito Nievo e Josip Jurčič

Un invito a scoprire i tesori immortalati per sempre dalle parole di due giovani ed ispirati artisti

Introduzione

Due percorsi che vogliono suggerire un modo nuovo di conoscere e scoprire i luoghi delle narrazioni ed il senso profondo dell’esistenza, che è simile per chi condivide gli stessi valori.

Due terre separate da lingue, tradizioni, abitudini e da un confine che fino a pochi anni fa divideva popoli accomunati per secoli da numerose affinità. Due autori coevi, uno italiano e uno sloveno, che hanno vissuto esperienze e sentimenti simili, che hanno saputo descrivere con arte l’amore per la propria terra. Due destini tanto uguali da dimostrare e sottolineare un’inequivocabile appartenenza comune, quella europea.

 

I due autori, quasi contemporanei, hanno diversi elementi biografici in comune. Prima di tutto si nota come per entrambi il destino non sia stato benevolo, sottraendoli precocemente alla vita. Jurčič muore infatti a soli 37 anni di tisi. Il Nievo trentenne non fa ritorno invece dal suo imbarco. Entrambi gli autori condividono la presenza della figura del nonno nelle dinamiche familiari. Per entrambi rappresenta una pregnante figura di riferimento emotivo e culturale. E’ vero infatti che essi dedicano al nonno una delle loro opere: così farà Jurčič nel 1863 con Ricordi del nonno e Nievo che dedicò i primi componimenti poetici al nonno materno Carlo Marin.

Entrambi gli autori provengono da zone di campagna costituite da modesti agglomerati di case rurali, su cui domina un castello, che permea i loro scritti. Per entrambi è questo il mondo da raccontare, descrivere e valorizzare. Dai loro libri possiamo trarre dettagliate ed emozionanti descrizioni degli scenari di vita dell’epoca. Muovendoci, utilizzando come guide i loro testi, possiamo spaziare lungo un corso d’acqua: i fiumi della bassa pianura tra Veneto e Friuli per l’itinerario nieviano e il fiume Krka nella terra di Jurčič

Ad accomunare ulteriormente questi due autori sono anche l’esperienza giornalistica e l’ adesione agli eventi storici del proprio tempo.

Preziosi ed utili sono i riferimenti al territorio, che non si basano solo sulla descrizione oggettiva ma si arricchiscono dell’apporto personale, della personale percezione di quegli ambienti, connessa ad un sottofondo culturale.

La lettura sentimentale del paesaggio da parte degli autori, dovuta ad un attaccamento ad una terra ricca di ricordi e suggestioni personali, non ha mai avviato un processo di trasfigurazione del reale. La componente soggettiva in Nievo e in Jurčič non ha compromesso la rappresentazione realistica del paesaggio.

 

INQUADRAMENTO STORICO

ITALIA:

Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento gli italiani si sono gradualmente aperti alle idee di libertà ed hanno conquistato con la lotta il diritto di essere un popolo libero ed indipendente.

Il 12 maggio 1797 Napoleone Bonaparte aveva deposto Ludovico Manin, l’ultimo doge veneziano, ponendo fine alla Repubblica di San Marco con l’intenzione di usare Venezia e le sue province come merce di scambio con l’Austria. Dopo il breve governo della “Municipalità Provvisoria” istituita dai francesi, il Bonaparte cede all’Austria il territorio della ex repubblica veneta con il trattato di Campoformido firmato il 17 ottobre 1797.

La prima metà del secolo XIX sarà segnata dalle guerre risorgimentali che hanno visto gli italiani impegnati nella lotta di liberazione dall’occupazione straniera, che porterà finalmente, dopo decenni di scontri e delusioni, alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 e alla cacciata degli austriaci dalle terre venete nel 1866.

SLOVENIA:

La dominazione austriaca in Slovenia ristabilita nel 1814 reintrodusse il sistema feudale e fece in modo di sopprimere ogni forma di movimento nazionalistico anche se il processo di cambiamento era già avviato

Il periodo conosciuto come Nazionalismo Romantico (1814 – 1848) fu caratterizzato da un’intensa attività letteraria e culturale ed ebbe il suo culmine nella promulgazione del primo programma politico sloveno. In questo periodo la scena letteraria fu dominata da France Prešeren (autore di quello che oggi è l’inno nazionale sloveno), i cui versi, fitti di rivendicazioni progressiste, conquistarono il cuore della nazione. Nel 1848 un gruppo di intellettuali sloveni elaborò il primo programma politico nazionale denominato “Zedinjena Slovenija” (Slovenia Unita), che mirava essenzialmente all’unificazione di tutte le regioni storiche slovene in una federazione che, pur facendo parte del regno austriaco, godesse di una certa autonomia. Il documento chiedeva inoltre che nelle scuole venisse usata la lingua slovena e che fosse istituita un’università locale. Tali rivendicazioni furono tuttavia respinte perché la loro accettazione avrebbe comportato la totale riorganizzazione dell’impero austriaco su base etnica.

 

Inquadramento letterario

IL ROMANZO OTTOCENTESCO

Una delle esperienze letterarie più vive dell’Ottocento fu il romanzo. Dietro l’esempio del capolavoro manzoniano il romanticismo italiano predilige il romanzo storico per evocare la storia gloriosa del passato e per esortare gli italiani alla lotta contro l’occupazione straniera.

I romanzi ottocenteschi quindi, legando le vicende sentimentali agli avvenimenti storici, si caratterizzano per gli intenti di propaganda politica e patriottica. Intenti che ritroviamo in numerose opere in prosa e in versi di Ippolito Nievo, uno degli scrittori che, nell’arco della prima metà del secolo, aveva più chiara la consapevolezza dello sviluppo e della maturazione civile e politica del nostro paese.

 

La dominazione austriaca in Slovenia ristabilita nel 1814 reintrodusse il sistema feudale e fece in modo di sopprimere ogni forma di movimento nazionalistico anche se il processo di cambiamento era già avviato

Il periodo conosciuto come Nazionalismo Romantico (1814 – 1848) fu caratterizzato da un’intensa attività letteraria e culturale ed ebbe il suo culmine nella promulgazione del primo programma politico sloveno. In questo periodo la scena letteraria fu dominata da France Prešeren (autore di quello che oggi è l’inno nazionale sloveno), i cui versi, fitti di rivendicazioni progressiste, conquistarono il cuore della nazione. Nel 1848 un gruppo di intellettuali sloveni elaborò il primo programma politico nazionale denominato “Zedinjena Slovenija” (Slovenia Unita), che mirava essenzialmente all’unificazione di tutte le regioni storiche slovene in una federazione che, pur facendo parte del regno austriaco, godesse di una certa autonomia. Il documento chiedeva inoltre che nelle scuole venisse usata la lingua slovena e che fosse istituita un’università locale. Tali rivendicazioni furono tuttavia respinte perché la loro accettazione avrebbe comportato la totale riorganizzazione dell’impero austriaco su base etnica.

 

IL PANORAMA LETTERARIO SLOVENO TRA IL 1848 E IL 1899

Questo periodo contrassegna il passaggio per la letteratura slovena dal Romanticismo al Realismo. L’influenza dell’Illuminismo, del Classicismo e del Preromanticismo, che aveva predominato nel periodo romantico resta presente in modo pregnante anche dopo il 1848 .

La prosa dello stesso Jurčič è ancora connessa al panorama romantico, soprattutto nella sua produzione di intrattenimento.

Dopo il 1881 inizia lo sviluppo a più ampio raggio del Realismo nella prosa e nella poesia. Il genere letterario che ha il ruolo principale è la lirica, accanto alla quale si afferma anche l’epica in versi e in prosa. Nasce inoltre la prosa narrativa slovena, che è rappresentata in quasi tutti i suoi generi: la novella, il racconto e il romanzo. Il racconto è la forma letteraria più utilizzata e trae i suoi contenuti sia dalla vita contadina dei borghi, sia dal mondo dell’istruzione.

Nella seconda metà del XIX secolo Fran Levstik, amico, ispiratore e critico di Jurčič, dà nuovo lustro ala letteratura slovena trascrivendo e adattando i racconti della tradizione popolare orale. Ma è a Josip Jurčič che si deve la pubblicazione del primo romanzo in sloveno nel 1866 il Deseti brat ( Il decimo fratello).

 

Josip Jurčič

Josip Jurčič nasce a Muljava pri Krki nel 1844. Il paesino è situato nella regione Dolenjska (Carniola Bassa) nei pressi della città di Stična.

Frequenta il ginnasio a Ljubljana e già in questi anni si afferma come scrittore nel panorama letterario sloveno. Assolti gli studi liceali frequenta filologia classica a Vienna. Si mantiene soprattutto con la scrittura e il giornalismo.Nel 1869 si impiega presso il giornale “Slovenski narod” (Il popolo sloveno) a Maribor. Dal 1871 fino alla morte vi occupa il posto di redattore capo.Muore di tisi nel 1881.

IL PRIMO ROMANZO SLOVENO

DESETI BRAT (IL DECIMO FRATELLO)

Jurčič scrisse il primo romanzo sloveno “Deseti brat” a soli 21 anni. Questo dato ne spiega le caratteristiche e la trama: si tratta di una storia d’amore, immagine del sentire di un giovane intellettuale, che ha saputo emergere dalle misere origini contadine. Il protagonista – maestro può essere identificato con l’autore stesso. Jurčič riporta la propria esperienza personale in riferimento al periodo in cui esercitava la professione di precettore presso il castello di Kravjak, nelle vicinanze di Muljava. Fu proprio allora che si innamorò della figlia del castellano.

Attraverso il testo letterario di Jurčič possiamo rivivere la quotidianità di questi luoghi della Dolenjska

PRINCIPALI OPERE

1861 - Pubblica il racconto breve Pripovedka o beli kači (il racconto del serpente bianco)

1863 – Scrive Ricordi del nonno sottotitolato favole e racconti del popolo sloveno

1864- Pubblica il racconto storico Jurij Kozjak

1865 – Va a Vienna per studiare alla Facoltà di Filosofia

pubblica i racconti TihotapecDva prijatelja, Spomine starega Slovenca

1866 – Pubblica due racconti storici Kloštrski žolni, e Hči mestnega sodnika e numerosi racconti

1866 – Esce il primo romanzo sloveno Deseti brat

1868 - Pubblica il racconto Sosedov sin

1876 – Pubblica il romanzo Doktor Zober e la tragedia Tugomer

1877 – Esce il racconto Lepa Vida

1886 – Vengono pubblicati postumi il romanzo Slovenski svetec in učitelj e il dramma Veronika Deseniška